Stabilimento Morassutti

Padova – 1959

Architettura: Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti
Strutture: Aldo Favini
Committente: Paolo Morassutti S.p.A.
Demolito

Schema statico
Copertura in lamiera piegata su travi scatolari in luce e a sbalzo semplicemente appoggiate.

«… È un deposito di ferro. È risolto con una struttura in cemento armato a due campate longitudinali e con una copertura in lamiera di acciaio in cui dei tubi esagonali, in lamiera, formano le travi trasversali: le pareti laterali di chiusura sono (là dove sono definitive) in lamiera di alluminio ondulato e in vetro, sostenute da una struttura in lamiera d’acciaio piegata; la luce entra nell’interno dall’alto, attraverso cannocchiali cilindrici in lamiera inseriti nei tubi della copertura e protetti sul tetto da cupole trasparenti. L’edificio ha una straordinaria fisionomia: caratterizza da solo l’intero ambiente in cui sorge, la zona di periferia industriale che lo circonda. E questa sua espressività non sta in alcuna forzatura di forme, in alcuna esibizione sia tecnica che rappresentativa. Le sue forme sono, nello stesso tempo, fantastiche e proprie. Non hanno esagerato il tema; l’hanno scoperto…».

Da “Domus”, n. 363.

«… Si trattava di uno stabilimento puro e semplice senza particolari esigenze, che doveva servire come deposito di materiale per la loro attività commerciale, senza alcuna speciale necessità. Scartata l’idea di una struttura reticolare, costituita da telai piani completati da travi secondarie e da una sovrastante lamiera, ho pensato ad una che fosse portante e contemporaneamente coprente.
L’idea mi è venuta pensando alle palancole di tipo LARSEN che riporto qui a fianco, utilizzate per la tenuta temporanea dei terrapieni. Per economia le travi lunghe metri 60 sono intervallate di circa m 4,15 e collegate da un telo di lamiera che oltre ad avere la funzione “coprente” fungeva anche da conversa delle acque pluviali. La sezione da rettangolare è stata trasformata in esagono, poiché le trazioni del “telo” avrebbero deformato la parete verticale. Le travi gravano direttamente sui pilastri centrali, mentre su quelli laterali appoggiano tramite un robusto cuscinetto di neoprene per permettere le dilatazioni termiche. Lo spessore delle travi tubolari è di 18/10 mm e l’altezza di 916 mm; quella del telo di 15/10 mm. Per sfuggire all’effetto “Brazier” (ingobbamento della sezione) e alla deformazione dovuta alla trazione del “telo” ho inserito dei cilindri di acciaio che avessero la funzione, sia pure scarsa, anche di lucernari. La forma particolare delle travi a C accoppiate e distaccate di 20 cm, come pure i pilastri, è dovuta alla necessità di posizionare le converse e i pluviali discendenti per portare l’acqua piovana nella fognatura».

AF 2004.

Pubblicazioni
• Edificio industriale a Padova, in “Domus”, n. 363, febbraio 1960;
• V. Gandolfi, L’acciaio nell’architettura, CISIA, Milano 1960;
• Monument in Padua, in “Architectural Forum”, vol. 112, n. 4, 1960.

  • Anno
    1959
  • Architetto
    Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti